Mulino Museo Salvini
...un attimo di pazienza...

INNOCENTE SALVINI

Il 13 maggio 1889 a Trevisago, allora provincia di Como, oggi Cocquio Trevisago, provincia di Varese, nasce Innocente Salvini, secondogenito del mugnaio Mosè e di Francesca Lischetti, sposata in seconde nozze.
Mosè, figlio di mugnaio, combattente nella terza guerra d'Indipendenza nel 1866 e decorato con medaglia d'oro per aver partecipato al Quadrato di Villafranca, sposa, il 7 febbraio 1880, Maria Iemoli, figlia unica di un altro mugnaio della stessa valle. Il matrimonio, allietato dalla nascita di una bambina, Ambrogina, si rivela di breve durata; Maria, infatti, muore in giovane età, consunta dalla tisi, lasciando i propri cari nel dolore e in difficoltà finanziarie. Il mulino è gravato da un'ipoteca, frutto di pesanti spese sostenute per affrontare la lunga malattia e, forse, dell'amministrazione poco oculata del proprietario.
Chi si rivela in grado di prendere in mano le redini della situazione è Francesca Lischetti, sposata in seconde nozze, appunto, il 3 aprile 1883.
Figlia di un contadino di Gemonio, porta in dote una cassapanca in noce colma di biancheria e una salda e concreta visione della realtà, un senso di risparmio tipicamente lombardo.
In breve tempo riporta l'ordine nelle finanze familiari e arrotonda le entrate con il sussidio che le spetta per l'allevamento di un'orfanella, Annetta, in precedenza ospite di un istituto. È una donna religiosa, che alleva i figli nella fede cattolica (Innocente sarà un convinto cattolico praticamente per tutta la vita) e che possiede un carattere onesto ed energico; non esita ad accusare di eccessiva prodigalità il neo-marito, «colpevole» di aver acquistato della carne per diversi giorni consecutivi, allo scopo di festeggiare le nozze, e a fargli notare che il bilancio familiare ne consente il consumo solo nei giorni festivi.
Dal matrimonio nascono Maria, Innocente, Ambrogina, Giuseppe, Domenica. Il 29 giugno 1886, a sei anni, muore, per difterite, Ambrogina, la figlia avuta da Mosè in prime nozze. Questo fatto doloroso viene spesso ricordato da mamma Francesca nelle serate familiari accanto al focolare; ne è colpito soprattutto il piccolo Innocente, bambino sensibilissimo, che per tutti gli anni dell'infanzia è impressionato dall'idea della morte, del distacco dai familiari, dalla possibile perdita della madre, cui è legato da affetto tenerissimo.
La casa dove i Salvini abitano si trova in una zona denominata "Valle dei merli", alle pendici del versante nord del Campo dei Fiori. Vi funziona un mulino con ruota a pale azionate per gravità dell'acqua del torrente Viganella.
Raggiunta l'età scolare, Innocente, come tutti i bambini, frequenta la scuola elementare del suo paese, divenendo in breve tempo il prediletto della maestra differenziandosi, ben presto, dagli altri per una spiccata predisposizione per il disegno. Il mezzo con cui potrebbe soddisfare questa sua aspirazione e usare, anche se limitatamente, il colore, è una semplice matita rosso-blu, ammirata nel negozio del pizzicagnolo. Possedere quella matita è un desiderio da realizzare ad ogni costo e così forte da convincere le sorelline Maria e Ambrogina a rinunciare, insieme a lui, al formaggio che acquistano ogni giorno tutti e tre e che è destinato alla colazione scolastica nell'intervallo del mezzogiorno, pur di raggranellare le poche decine di centesimi necessarie e permettergli così l'acquisto tanto desiderato.
Innocente è un bambino dall'aspetto esile, di costituzione gracile, in apparenza delicata; dimostra un grande attaccamento per la madre e una sensibilità accentuata, che lo spinge a isolarsi in un mondo tutto proprio, diverso da quello dei compagni e fatto di una realtà che viene riprodotta e trasferita in decine di disegni. Nascono così, a volte anche su fogli strappati dai quaderni di scuola, i suoi primi tentativi. Incurante dei rimproveri della maestra, che vede i quaderni adibiti ad un uso non propriamente scolastico, almeno per quei tempi, li regala agli amici per farsi proteggere nelle lotte e sassaiole, frequenti tra ragazzi di fattorie diverse.
Intuisce, essendo l'alunno prediletto della maestra, di suscitare l'invidia e, forse, la malevolenza dei compagni e cerca di difendersi, così esile e poco incline alla violenza, con l'unico mezzo a disposizione i suoi disegni.
Forse, in questo fervore precoce, c'è una traccia, una specie di "eredità" lasciatagli dal nonno paterno Salvino, ugualmente appassionato di disegno. Mugnaio, suonatore nella locale banda musicale, Salvino era un appassionato decoratore di cappellette votive e, nei ritagli di tempo lasciatigli dagli impegni quotidiani del lavoro e della famiglia numerosa, un appassionato pittore. Ancora oggi, infatti, è visibile un dipinto su una facciata della sua casa-mulino, situata a duecento metri di distanza da quella abitata successivamente dal nipote.
Terminate le scuole elementari, Innocente collabora con il padre e i fratelli all'attività del mulino. Ma la fatica giornaliera, il lavoro a volte pesante e faticoso per la sua età ancora acerba, il desiderio di riprendere in mano carta e matita, per diventare pittore, lo spingono ad abbandonare, almeno in parte, il mondo lavorativo dei familiari e a diventare garzone di Domenico Contini.
È costui un personaggio singolare, che lascia una profonda traccia nell'animo del suo giovane aiutante, di cui stimola il carattere fiero ed orgoglioso, criticandolo spesso e affermando che non sarebbe mai riuscito a superare certi limiti. Gran bevitore, personalità decisa e geniale, ma pervaso da un tormento che lo porterà ad una morte suicida, lascia testimonianze della sua opera nelle decorazioni che si possono, ancor oggi, ammirare a Gemonio nella villa Roncari, in casa Contini e altre.
Salvini segue i suoi insegnamenti tecnici e, contemporaneamente, frequenta dei corsi serali di disegno, organizzati dalla Società Operaia di Gemonio, sotto la guida del professor Gilli di Luino.
I suoi disegni vengono eseguiti, ormai, solo nei ritagli di tempo tra gli impegni della giornata e soprattutto la sera, alla luce del lume a petrolio.
A quattordici anni si reca, in compagnia del padre, a Varese. Scopo del viaggio è l'acquisto di granturco da caricare poi sul carretto, riportare a casa e macinare in farina di polenta, per l'attività del mulino. Queste sono le precise indicazioni fornite, oltre ai soldi, dalla madre, vera "rigiura"di casa. Ma le cose vanno diversamente. Destino vuole che a Varese i due incontrino un conoscente di Gemonio che possiede un negozio di strumenti musicali e che siano invitati da costui ad ammirare un pianoforte e a sentirlo suonare. Innocente è letteralmente affascinato dallo strumento, e il padre ne è commosso. Al posto del granturco stabilito comprano il pianoforte, lo caricano sul carretto e fanno ritorno a casa.
La meraviglia e l'ironia dei vicini, è grande. Anche la madre, vinta l'iniziale perplessità per la farina di polenta che sarebbe venuta a mancare ai clienti, è intimamente contenta, sentendo la felicità di quel figlio che le è infinitamente caro.
Inizia, così, per Innocente, un periodo denso di attività e di impegno. Prende lezioni di musica da un maestro abitante ad Orino, cieco, ma di notevole capacità, e il risultato è più che discreto. La sua tecnica man mano si affina studiando i Cento esercizi giornalieri, i Trenta studi del meccanismo e i Quaranta studi della velocità di Czerny, i pezzi facili di Bach e le Romanze senza parole di Mendelssohn, pezzetti facili di Beethoven, Wagner, Mozart. Ma la parentesi musicale gli serve "da diletto e riposo". La sua aspirazione resta sempre la pittura.
Una sua opera di questi anni è la tempera che riproduce un Ragazzo con le pecore, ancora oggi visibile. La molla che lo porta a questo dipinto è il desiderio di cimentarsi nei confronti di Contini, che lo pungola in continuazione e crede di frenarlo mettendogli in evidenza le difficoltà di esecuzione della figura, senza studi approfonditi; in realtà ne stimola solamente l'amor proprio e lo spinge a cercare di fare sempre meglio.
Ben presto gli insegnamenti di Contini risultano, però, insufficienti e privi di interesse per Salvini che, ormai ventenne e sempre più desideroso di arricchire le proprie esperienze e di completare la propria formazione imparando la tecnica della figura, si reca a Milano, dove prende in affitto una camera in via Garibaldi, presso la signora Rosa Beltramini.
Nel 1909 e nel 1910 lavora presso un’impresa di costruzioni e, nel giro di sei mesi, passa da manovale a muratore e, infine, a modellatore di stucchi, con l'architetto Broglio. Segue, contemporaneamente, i corsi serali di Arte Applicata a Brera, al Castello Sforzesco, all'Umanitaria. Sono corsi che non gli danno molta soddisfazione, se non quella di essere promosso, in breve tempo, modellatore di stucchi, senza, però, appagare la sua aspirazione a cimentarsi nello studio e nella tecnica della figura, per poter diventare un vero artista. Nei pomeriggi domenicali è assiduo visitatore di mostre e musei, dove ammira i capolavori dell'arte italiana e straniera e dove nota, anche, numerosi studenti di Brera che ricopiano le opere esposte.

Image
Image

Questo fatto gli offre lo spunto, tornato a Trevisago, per copiare, a tempera, sul muro di una facciata della sua casa, la Assunta del Tiepolo, da una riproduzione, ignorando di segnare così una tappa importante nella propria vita, e senza minimamente supporre il cambiamento che il dipinto apporterà alla sua esistenza.
In una primaverile mattinata domenicale si trova, infatti, a passare, per caso, davanti alla sua abitazione, Siro Penagini, suo futuro maestro.
Si tratta di un pittore milanese, trasferitosi da poco, con la famiglia, a Caravate, dopo che il suo carattere fiero lo aveva spinto, a causa di un litigio con gli insegnanti dell'Accademia di Brera, ad emigrare in Germania e a frequentare, per diverso tempo, l'Accademia di Monaco e di Berlino.
Probabilmente, in quella tranquilla domenica mattina, Penagini ha l'intenzione di compiere una passeggiata in calesse per svago e per curiosare sui dintorni del paese scelto provvisoriamente come residenza. Grande è la sua meraviglia e il suo stupore, quando vede che non solo di bellezze naturali è ricca la zona che lo ospita e che, su di un paese che probabilmente riteneva incapace di attirarlo culturalmente, si deve al più presto ricredere.
Lo spunto per una riflessione di tal genere gli viene fornito dalla visione, imprevedibile su una casa contadina, di una copia a tempera della Assunta del Tiepolo. Incredulo si ferma, scende dal calesse e cerca qualcuno che gli possa fornire delle spiegazioni. Incontra Mosè, il padre di Innocente, che risponde orgoglioso alle sue domande. Indica come autore dell'opera il figlio, che dimostra quella che ormai si può definire non solo una predisposizione, ma una vera passione per la pittura (suoi autori preferiti, in questi anni, sono Segantini, Spadini e soprattutto Previati) e afferma che la massima aspirazione del figlio sarebbe frequentare l'Accademia e diventare pittore, ma che in casa, purtroppo, i soldi sono pochi e, forse, tutto è destinato a rimanere un sogno.
Penagini, sempre più incuriosito, vuole conoscere il giovane e, saputo che si è recato in chiesa ad assistere alla funzione domenicale, si ferma di buon grado ad aspettarlo.
Subito, dal primo colloquio, intuisce che la voglia di fare e di imparare di quello che si rivelerà più tardi un allievo modello è grande e va indirizzata giustamente.
Gli suggerisce, allora, che varrebbe la pena di frequentare le accademie straniere, specie quelle che si trovano in Germania e non, nel modo più assoluto, quella di Brera, che potrebbe tarpargli le ali. Venuto a conoscenza delle difficoltà finanziarie familiari, lo invita nel suo studio a Caravate, dove ha la possibilità di imparare e cimentarsi con un vero modello. Salvini accetta di buon grado e, contemporaneamente, a casa, a scopo di studio, fa posare i familiari.
Il modello preferito è la madre che, in risposta alle osservazioni ironiche delle conoscenti che si recano al mulino portando il granturco da macinare, sul tipo di «Beata te, che hai il figlio che ti immortala in tanti ritratti, senza spendere i soldi dal fotografo» alludendo al fatto che Innocente non è impegnato in un lavoro redditizio, afferma «Mio figlio non mi fa il ritratto, ma mi utilizza come modella».
È un'osservazione acuta, al punto che, molti anni più tardi, Salvini dirà di aver avuto una madre «più intelligente di tanti pseudo-critici d'arte», in quanto, a differenza di questi, nella sua semplicità di donna del popolo, aveva capito da sola che il figlio non eseguiva il ritratto dei familiari e che lei poteva essergli utile, come modella, fornendogli la propria immagine, invece di fornirgli i soldi per pagarsi una modella estranea.
Gli sono molto utili la guida e i preziosi consigli di Penagini, di cui frequenta lo studio e, soprattutto, i suoi incitamenti ad «esprimersi con libertà» e a non accontentarsi mai del risultato ottenuto, in quanto, nella ricerca artistica, «il vero capolavoro non è l'opera già eseguita, ma quella ancora da fare».
Gli insegnamenti di Penagini non sono solo strettamente tecnici, ma anche culturali; fornisce, infatti, al suo giovane allievo, tavole di anatomia, con le rappresentazioni degli apparati muscolare ed articolare, libri di cultura generale, letteraria, filosofica, artistica, portandolo alla conoscenza di movimenti come l'Impressionismo, l'Espressionismo, il post-Impressionismo. Dopo pochi mesi, Penagini si accorge che il giovane Salvini ha sviluppato un suo modo personale dì esprimersi e, molto accortamente, gli dice «è meglio che tu non venga più nel mio studio. Vedo che stai prendendo una strada tutta tua e non voglio influenzarti; verrò io, ogni tanto, da te, a vedere come procede il tuo lavoro. D'ora in poi le tue visite saranno di cortesia e non di lavoro».
Penagini, successivamente, si trasferisce a Solcio e Salvini prosegue con entusiasmo, e con sempre maggiore capacità, la propria opera.
Nel 1914 si reca a Venezia, alla XI Mostra Internazionale d'Arte; la sua tecnica si è talmente affinata che l'impressione che ricava dalle opere esposte è inferiore alle aspettative, nel senso che giudica superati i pittori, allora imperanti, dell'800 italiano, di cui egli stesso era entusiasta ammiratore nel periodo di permanenza a Milano. L'unica approvazione, anche se verrà in seguito ridimensionata, è per la pittura spagnola.
Due anni più tardi, e precisamente il 6 gennaio 1918, dopo vari tentativi di esonero, è costretto a «presentarsi al distretto militare per essere arruolato».
Del periodo trascorso sotto le armi resta un'ampia documentazione nelle lettere indirizzate alla famiglia, a qualche amico, a Penagini. Il tempo passato lontano da casa, dapprima come fante ad Albino (78a Fanteria, 4a Compagnia) e poi come carabiniere a Grumello del Monte (Stazione Reali Carabinieri), in provincia di Bergamo, non è, in verità, molto lungo, va dal gennaio al maggio 1918, ma viene vissuto da Salvini con il cocente rammarico di essere lontano dagli affetti familiari e, soprattutto, dal proprio lavoro, dal proprio mondo artistico.
In una lettera all'amico Penagini si legge infatti «…Sarà una cosa la più degna per un artista, ma le confesso che il distacco dalla famiglia, l'abbandono del focolare, il dover dire addio ai cari volti, che in essi è la mia vita e da essi è nata la mia arte, mi è dolorosissimo».
Gli sono di grande conforto le parole di incoraggiamento, il pensiero affettuoso e costante rivoltogli dalla famiglia, che mantiene, ricambiata, un fitto scambio di lettere, informandolo anche delle attività lavorative del mulino e di tutte le semplici cose della vita quotidiana.
Anche l'amico Penagini gli indirizza una calda lettera di incoraggiamento «... non scoraggiarti. Certamente il tuo lavoro compiuto con tanta fede ti sarà compagno forte, unitamente all'affetto che i tuoi ti portano».
Dopo una breve licenza trascorsa in famiglia per le feste pasquali, («... Mamma preparami per il Sabato Santo il pane da infornare e tante cose che a me sono care, che parleremo a lungo ...»), la partenza per Bergamo si rivela ancora più dura, ma il distacco è ormai di breve durata.
Il 16 aprile 1918 Salvini scrive che sarà «inviato fra giorni a Brescia per il giudizio decisivo» e, nella lettera del 30 aprile annuncia «... Genitori diletti, vi dò la rallegrante nuova che ieri, sabato, sono stato a Brescia e tutto è riuscito a meraviglia, io fui dispensato dal servizio. Mi trovo dunque libero ...».
La gioia per il ritorno a casa è, dopo breve tempo, offuscata da un grande e improvviso dolore il 29 agosto 1918 muore improvvisamente, per infarto, il padre Mosè. Innocente ne è sconvolto e per onorarne la memoria si procura, presso un marmista di Gavirate, un pezzo di marmo, si fa prestare scalpelli e pantografo e ne ricava un busto, dopo aver in precedenza eseguito tre, quattro esemplari in gesso.

Image
Image
Image

Si immerge, in seguito, interamente, nella sua ricerca artistica, senza distrazioni, In tutta la sua lunga vita non si concederà mai una settimana di vacanza; non ne sente l'esigenza, gli sembra di sprecare il tempo. Lavora solitario, ma attento a ciò che succede nel mondo artistico ufficiale e frequentemente si reca a Milano con il treno delle Ferrovie Nord. La scusa è di acquistare tela e colori, ma la realtà è di tenersi sempre aggiornato visitando mostre ed esposizioni.
Il nucleo familiare è composto, in questo periodo, oltre che dalla madre, dai fratelli Giuseppe, Domenica e Ambrogina che, non essendo sposati, contribuiscono a mandare avanti il lavoro del mulino, occupandosi della normale vita lavorativa quotidiana e permettendo al fratello di sviluppare il proprio senso artistico e culturale, ma senza alcuna rivalità o senso di ingiustizia. Innocente, da parte sua, ne è grato e contribuisce, saltuariamente, con il proprio aiuto in caso di necessità, «un po' di lavoro materiale ritempra lo spirito e fa riposare chi è dedito ad attività culturali», e soprattutto creando un sistema di messa a punto di nastri trasportatori per automatizzare il lavoro del mulino e alleviare in parte le fatiche fraterne. Il bilancio familiare si avvale anche dei frutti ricavati dall'allevamento di una trentina di maiali, di due mucche e un mulo, un centinaio di polli, oche, anatre, prodotti dell'orto.
A questo proposito Penagini scherzosamente gli confessa la propria invidia per potersi permettere di seguire unicamente il proprio gusto artistico, senza ascoltare le tendenze e le preferenze del momento, in quanto non pressato da impegni economici o da una famiglia da mantenere.
È molto esigente per quanto riguarda la scelta dei colori, «per un pittore è meglio risparmiare sul companatico che sui colori», e approfitta dei coetanei di Gemonio e Caldana, muratori emigranti stagionali in Francia, per acquistare sacchi di tubetti ad olio Lefranc, di cui apprezza molto la qualità. La consegna avviene, in genere, in occasione delle festività natalizie, quando gli amici tornano dall'estero e riescono, in tal modo, non solo a riabbracciare i propri cari, ma anche a realizzare un ulteriore piccolo guadagno.
Un curioso episodio si verifica nell'estate 1922 mentre sta dipingendo dal vero, nel bosco vicino a casa, il grande quadro Fratello Giuseppe con i maiali, delle dimensioni di 185 X 225 cm, ed è tutto intento al proprio lavoro, scorge, da lontano, un coetaneo, Camillo Suquet, cadetto dell'Accademia militare di Torino, che si sta avvicinando. Preso dal desiderio di avere un giudizio spontaneo, libero da convenienze, si nasconde dietro un albero. La sua aspettativa viene esaudita l'amico si avvicina al lavoro, lo contempla un momento e, con un gesto di incredulo sgomento, si mette le mani tra i capelli ed esclama «Ma questo è matto, è proprio matto». Innocente, che dal proprio nascondiglio ha udito benissimo, resta in silenzio, non si difende e lo lascia allontanare. Il successivo incontro, nella casa del mulino, è cordiale e il tema della conversazione esula completamente dalla pittura. L 'amicizia continuerà per molti anni e, a testimonianza, vi sono lettere di Camillo Suquet, divenuto in seguito generale, che, trenta anni dopo, esprimono un giudizio di sincera ammirazione per i dipinti dell'amico.
Nel 1925 si reca per una settimana a Roma, in occasione dell'Anno Santo, e ne approfitta per visitare gallerie e musei e ammirare, finalmente di persona, le opere che fino a quel momento conosceva unicamente attraverso riproduzioni. Rimane molto impressionato soprattutto dall'arte di Michelangelo, dalla monumentalità e dalla potenza espressiva della sua costruzione. Al ritorno si ferma a Firenze, sempre allo scopo di visitare i musei più importanti. Lo spirito con cui si accosta alle opere è permeato di grande rispetto, di amore per l'arte, di desiderio di capire fino in fondo il pensiero e l'espressione dei grandi che ci hanno preceduto, di commozione di fronte alle loro capacità tecniche e non, assolutamente, di sterile desiderio di "scimmiottarli".
Suoi modelli preferiti, per le grandi tele eseguite in questi anni, sono i familiari e l'ambiente che lo circonda. L 'unico legame incoraggiante con il mondo artistico colto rimane sempre Siro Penagini, che segue con vera amicizia il suo cammino artistico.
Anche se il tema del suo lavoro può sembrare, apparentemente, ristretto, Innocente non tralascia mai di seguire la cronaca d'arte ed è curioso notare, a questo proposito, una cartolina del 1934 dell'amministrazione del Perseo, giornale d'arte diretto da Della Porta, che lo sollecita ad inviare L. 20 per rinnovare l'abbonamento.
Lo stesso Della Porta si reca, in quell'anno, al mulino di Trevisago per vedere le tele, in compagnia del pittore Domenico De Bernardi, di Besozzo, e dello scultore Cibau, di Milano, presentato a Salvini dal pittore Gaioni. Durante la visita, mentre De Bernardi apprezza la maestria del disegno, Della Porta, irritato dalla tavolozza troppo audace, gli consiglia di eliminare i gialli e i rossi e di inserire il bianco e il nero, in modo da poter utilizzare la vastissima gamma dei grigi con cui, di solito, si passa in modo graduale dal bianco al nero. Salvini ne è, in un primo momento, turbato; si sente incompreso, ha un ripensamento e attenua in alcuni quadri il suo impeto coloristico, ma poi, dopo aver riflettuto, elimina addirittura la biacca e il nero dalla tavolozza, giudicandoli colori inutili alla sua elaborazione, in quanto il nero è l'assenza di colore e il bianco non è colore, ma tutti i colori messi insieme.
Successivamente lo stesso Cibau, ricordando l'episodio, in una lettera a Salvini dell'8 maggio 1944, scrive «Sono allora rimasto sbalordito non rendendomi conto di come queste "autorità" non trovassero nulla di realmente forte e bello nella tua espressione d'arte».
Nel 1934 Giuseppe Talamoni, accompagnato dal dottor Terzaghi, si reca a visitare Salvini, resta stupito ammirandone le opere e scrive un lungo articolo per i lettori della rivista La Provincia di Varese Da allora i quadri di Innocente vengono accolti nelle mostre collettive provinciali a Varese.
Nel 1936 - 1937 si dedica all'arte religiosa e, facendo posare i "barboni" che allora passavano per la questua al mulino, compone le due grandi opere Il sinedrio e L'ultima cena, che si trovano ora, rispettivamente, nella chiesa parrocchiale di S. Andrea a Cocquio e nel convento dei Padri Passionisti a Caravate.
Nel 1937 la Galleria Delle Arti di Gallarate gli organizza la prima mostra personale con presentazione in catalogo dello scrittore Mario Mazzucchelli. Tale mostra lo fa conoscere all'avvocato milanese Carlo Emilio Accetti, che diventerà in seguito suo amico, e al critico d'arte Giorgio Nicodemi, che sceglie cinque disegni per il Civico Gabinetto dei Disegni al Castello Sforzesco di Milano. Questo fatto viene considerato un progresso, in quanto, negli anni dal 1916 al 1930, pur avendo continuato in modo ostinato a sottoporre i quadri alle giurie di accettazione delle Biennali veneziane e delle mostre nazionali a Milano, si è sempre visto opporre un rifiuto.
Nel 1939 partecipa al premio Livorno.
Nel 1940 varca per la prima volta i confini della provincia, partecipando, con il grande quadro L'aratura, al premio Cremona. L 'opera è scelta dalla giuria (di cui fa parte anche Giulio Carlo Argan), tra quelle da inviare all'Esposizione di Hannover, dove otterrà l'elogio del borgomastro di quella città.
Lo sfollamento in provincia da parte di parecchi abitanti di Milano, durante la seconda guerra mondiale, lo porta a contatto con una parte del mondo artistico del capoluogo lombardo; gli incontri con Accetti si fanno, infatti, più frequenti, quasi settimanali. Al mulino si reca in visita lo scrittore Giovanni Cenzato, che gli dedica un lungo pezzo di colore sul Corriere della Sera e che si vede, in seguito, fatto segno di amicizia da parte di Innocente che, dopo una richiesta scritta dello stesso Cenzato, gli fa pervenire due oche grasse per alleviargli le ristrettezze del tesseramento (ne è testimonianza una lettera in cui lo scrittore esprime il proprio sentito ringraziamento).
L'articolo sul "Corriere" ottiene un grosso effetto pubblicitario ma, pur avendo il pregio di portarlo alla ribalta, travisa in realtà i fatti, in quanto propaganda la falsa immagine del buon selvaggio, del pittore mugnaio che dipinge perché, «quando natura vuole» si diventa artisti per "un miracolo dell'istinto". Per Salvini, invece, non è stato così i risultati della sua ricerca sono ottenuti faticosamente, con studio e con lunghissimo esercizio per affinare la tecnica espressiva. La notizia del pittore-mugnaio suscita sempre più curiosità e l'Istituto Nazionale Luce gli propone, con una lettera da Venezia del 17 maggio 1944, «una ripresa cinematografica sulla vostra doppia personalità di mugnaio e di pittore».
Questa richiesta, anche se ritenuta in un certo senso utile dal punto di vista propagandistico, suscita amarezza in Innocente che, non solo non è mai stato mugnaio, ma che si è, invece, illuso, in un primo tempo, di essere ad un passo dal riconoscimento delle proprie fatiche; dignitosamente rifiuta la proposta.
Il 4 novembre 1944 muore la madre, la modella adorata ed egli è affranto sotto il peso di un dolore enorme; è talmente colpito dalla perdita irreparabile che la sua folta chioma da nera corvina diventa improvvisamente completamente bianca. Dopo tanti anni di lavoro appassionato, per una settimana non riesce a dipingere.
Anche per la madre vorrebbe ripetere la scultura già eseguita in occasione della morte paterna ma, dopo vari tentativi e qualche bozzetto, è costretto a desistere dall'impresa. Il troppo affetto rende il dolore per la perdita subita lacerante e tale da bloccare un'attività che pure sarebbe stata cara e di conforto.
Gli sono vicini, con il conforto della loro amicizia e del loro affetto, gli amici Innocente Clivio di Gemonio, medico colto (cattedratico di Ostetricia presso l'Università di Genova), che lo costringe a lavorare, posando per dei ritratti a carboncino, e Carlo Accetti, che invita al mulino il mercante milanese Carlo Grossetti, sfollato a Varese, dove è proprietario di una galleria d'arte, e gli organizza una mostra personale. La presentazione critica è dello scrittore Alfonso Gatto, che definisce Salvini «rustico mago», creatore di un mondo fantastico, con personaggi che si muovono in scenari di luci fantasmagoriche.
La mostra ha successo e suscita discussioni. Salvini conosce il critico Emilio Zanzi e lo scrittore Vittorio Beonio Brocchieri, con i quali avrà in seguito un affettuoso rapporto di amicizia.
Altri amici di questi anni sono il pittore Anselmo Bucci, il poeta Paolo Buzzi e il pittore futurista Luigi Russolo residente a Cerro di Laveno, in vicinanza di Gemonio.
Russolo è entusiasta della pittura di Salvini al punto di confidargli «Vedendo i tuoi quadri mi hai fatto venir voglia di dipingere ancora».
Per l'amico, Russolo scrive un saggio critico datato 20 novembre 1944. Anche Emilio Zanzi, dopo la mostra di Varese, apprezza la pittura di Salvini e accetta l'incarico, datogli dagli editori Pizzi e Pizio, di prepararne una monografia. Innocente ne è lusingato, ma la sua felicità è destinata ad andare incontro ad una delusione i tempi sono difficili, manca la carta, la cosa va per le lunghe e, nonostante l'interessamento di Accetti, non si arriva a una conclusione felice il libro non verrà mai pubblicato.
È edita, invece, dalla Grafitalia di Pizzi, una monografia a cura dell'amico Carlo E. Accetti, con una serie di tavole riproducenti disegni.
Fino al 1947 Innocente continua ad illudersi, con l'amico Accetti, di poter organizzare la grande mostra che lo consacri finalmente a livello nazionale, ma si riesce solamente, con l'aiuto del sindaco di Gemonio, Arcangelo Castelli, ad organizzare una scampagnata, al mulino, della Famiglia Artistica di Milano, e la mostra dei quadri ha luogo nel bosco circostante. La visita gli frutta un po' di notorietà, per mezzo di una serie di articoli di cronaca sui principali giornali nazionali che trattano l'argomento, colpiti, più che altro, dall'ambiente lavorativo, dalla semplicità e dalla genuinità di quel mondo agreste, bucolico. Il risultato è quello di ottenere pubblicità, ma di veder consolidata, come contropartita, ancora una volta, l'immagine del pittore-mugnaio.
Salvini incomincia a sentirsi incompreso e travisato, si rinchiude in se stesso e diventa diffidente. Scherzosamente l'amico Accetti gli indirizza alcune lettere, chiamandolo "Tommaso" Salvini. Lo incoraggiano, però, la stima di Emilio Zanzi, di Anselmo Bucci, di Beonio Brocchieri e l'amicizia della famiglia Accetti, che si fa, col tempo, sempre più cordiale e profonda e i cui componenti, specie la figlia Delia, posano spesso per le sue tele.
Sperando di ottenere un appoggio, Accetti porta al mulino il pittore Remo Taccani che, in una lettera a Salvini del 24 marzo 1948, suggerisce «Non abusare dei riflessi e dei controriflessi sulle figure umane (specialmente). Bisogna attenersi al tipico, all'immutabile, alla vèrità assoluta. Il riflesso su un volto è una cosa accidentale».
Appoggi di tal genere non servono.

Innocente si infuria e si lamenta pesantemente con l'amico che, per incoraggiarlo, gli fa ottenere il premio Famiglia Artistica alla prima Mostra Nazionale d'Arte Contemporanea Aprile Milanese.
Sempre nel 1948 trova un po' di affermazione con una personale alla Galleria Annunciata di Carlo Grossetti a Milano; nel 1949 tiene un'altra personale alla Galleria Delfino a Rovereto e nel 1950 una al centro culturale San Fedele, presentato dall'amico Vittorio Brocchieri. Nello stesso anno è accettato alla XXV Biennale Internazionale d'Arte di Venezia. L'amico Pagani gli organizza, nel 1951, una personale alla Galleria d'Arte del Grattacielo a Legnano; nel 1952 tiene una personale alla Galleria del Corriere della Provincia a Como.
Nel 1954 ne tiene un'altra a Brescia, poi, presentato da Zanzi, un'altra alla Galleria San Fedele a Milano. In questa occasione l'amico Brocchieri gli prospetta l'idea di un viaggio in Palestina, allo scopo di avere nuovo materiale, nuovi soggetti per le proprie opere. In un primo tempo i frati Minori di San Fedele offrono di sostenere le spese di viaggio e si impegnano ad organizzare, al suo ritorno, una mostra delle eventuali opere eseguite in quel paese. Ma la proposta sfuma, ed Innocente ne è colpito negativamente; da sempre sogna, infatti, una grande mostra completa che possa definitivamente consacrarlo con una grande affermazione e rifiuta di continuare con le mostre parziali, dal successo sicuro, ma limitato. Si astiene, infatti, dal promuovere mostre personali e accetta unicamente l'invito rivoltogli, nell'estate del 1962, da Virginio Curti, sindaco di Gemonio, per una mostra nei locali del palazzo comunale.
Nel frattempo prepara una Via Crucis per i Padri passionisti di Caravate (1956) e affresca la chiesa di S. Filippo e Giacomo a Laveno (1962).
In tutti gli anni del dopoguerra non manca, però, mai, di inviare almeno un quadro alle mostre collettive annuali della società per le Belle Arti ed esposizione Permanente a Milano, di cui è socio ormai da anni, alle mostre del Circolo degli Artisti di Varese, di cui è pure socio, e alle manifestazioni provinciali e nazionali, dove è sicuro che le sue opere siano accettate. Rifiuta, infatti, di inviare i propri quadri per accettazione alle grandi mostre dove non è invitato, in quanto afferma di non essere più un ragazzino e che ne soffrirebbe la sua dignità.
Nel 1965 tiene una mostra antologica a Luino, organizzata dal Civico Istituto di Cultura Popolare. Lo presenta, con un appassionato discorso, l'unico amico di vecchia data rimastogli, Vittorio Beonio Brocchieri. Gli altri sono ormai tutti deceduti; Innocente comincia a sopravvivere al suo tempo e, ironicamente e saggiamente, talvolta afferma che muoiono non solo i cari amici, ma anche gli «scribi e i farisei».
In fondo sente di aver fatto qualcosa (già da parecchi anni tiene un archivio fotografico dei suoi quadri e le foto sono eseguite dall'amico Bacci, fotografo a Milano) ed è quindi convinto che, alla fine, magari postuma la sua battaglia sarà vinta.
La morte lo priva, uno alla volta, per vecchiaia, del fratello e delle sorelle, che aveva ritratto negli ultimi anni con quadri sentitissimi. Avverte che, ormai, il grande traguardo è prossimo anche per lui, vecchia quercia che gode ottima salute, ma che si avvale anche delle cure assidue del medico, amico e ammiratore, dottor Italo Ondoli.
Nel 1966 tiene una personale alla Piccola Galleria a Como, presentato da Giorgio Nicodemi. Nel 1968 ne tiene un'altra ad Ispra, al Club House, organizzata dal comitato culturale del C.C.R. Euratom. In quel periodo, tra gli ammiratori che si recano al mulino, vi è monsignor Pasquale Macchi, segretario particolare di Paolo VI. Sempre nel 1968, Innocente viene insignito della commenda dell'ordine di S. Silvestro Papa e il 6 novembre è ricevuto in udienza privata da Paolo VI.
La sua fama si consolida «almeno in provincia», afferma e, per l'ottantesimo compleanno, il Comune, l'Amministrazione Provinciale e l'Ente Provinciale per il Turismo di Varese gli organizzano una mostra nei saloni dell'Azienda Autonoma di Soggiorno a Varese. In tale occasione viene insignito di una medaglia d'oro per meriti artistici dal Comune di Varese. Inoltre, viene edita una monografia curata dal critico Gianfranco Maffina e da Paolo Zanzi, con il patrocinio dell'Azienda Autonoma di Soggiorno di Varese.
Nel 1971 può finalmente soddisfare un altro desiderio e vincere una battaglia che gli aveva procurato rabbia ed amarezza finalmente è invitato ad Arcumeggia, dove affresca, su una parete, il Taglio della polenta. Nello stesso anno, tiene una personale presso la Bottega del Pittore, sempre ad Arcumeggia.
Gli ospiti e i visitatori del mulino sono, e questo dal 1946 in poi, migliaia, ed è impossibile fare un elenco di tutti i loro nomi. Tra i tanti che si recarono, spinti dalla curiosità e dall'interesse artistico, Guttuso, Enrico Bay, Floriano Bodini, Piero Chiara, Giovanni Molteni.
Nel 1972 Innocente ha un'altra grossa soddisfazione una mostra antologica a Milano, nel Palazzo della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente. È una conferma della validità del suo lavoro e delle sue ragioni, specie se si pensa che le sue opere sono sempre state rifiutate, dal 1916 al 1946, dalle giurie di accettazione di quella società.
Nel 1973 ottiene un altro buon risultato è presente, con alcune opere, all'inaugurazione della collezione d'arte religiosa moderna dei Musei Vaticani.
Nel 1974, per festeggiare il suo ottantacinquesimo compleanno, viene organizzata una personale nel Battistero di San Giovanni, a Varese; la presentazione critica è di Gioacchino Li Causi. Nello stesso anno tiene due personali, una a Milano, alla Galleria Pietra Arte Contemporanea, presentato dal giornalista Romano Battaglia, e un'altra al Sacro Monte di Varese.
Nel 1975 tiene una personale alla Galleria d'Arte Radice a Lissone.
Il 29 febbraio 1976 è invitato a Roma per la cerimonia conclusiva, in San Pietro, del quinto centenario della morte di Michelangelo e, alla presentazione dei doni, offre al papa una Pubblicazione d'Arte in rappresentanza degli artisti. È felice per l'onore, commosso, ma lucido, con l'abituale senso dell'ironia. Al termine della cerimonia in S. Pietro, costretto a firmare degli autografi, si chiede perplesso come faccia la gente, forse solo per suggestione e senza aver mai visto una sua opera, a pretendere una sua firma, e infine scherzosamente sbotta «Adesso basta, non sono poi la Lollobrigida».
Nel 1977 è tra i fondatori dell'Associazione Liberi Artisti della Provincia di Varese. Nello stesso anno Spartaco Arigoni, sindaco di Gentilino, con i suoi municipali, organizza una mostra antologica presso il salone Bora da Besa, con presentazione critica di Mario Agliati, e Mario Turuani collabora mettendo a disposizione la sua galleria, dove ospiterà le tele di Salvini per un anno intero.
Innocente è felice di lasciargliele, si sente sicuro e tranquillo e, soprattutto, ha bisogno di ritrovare serenità dopo essere stato vittima di due furti consecutivi, per fortuna a lieto fine, risoltisi con il ritrovamento di tutti i quadri, grazie all’appassionato intervento del Procuratore della repubblica di Varese, Giuseppe Cioffi, e del presidente del Tribunale di Varese, Garibaldi Porello, ambedue, da anni, suoi amici carissimi.
Sempre nel 1977, tiene una personale alla Galleria Ghiggini a Varese. Nel 1978, ancora una personale a Gentilino, presso l’amico Turuani. Dopo la mostra, un altro amico ticinese, Mario Ravasi, di Genestrerio, in collaborazione con il fratello, architetto Bruno, convince Innocente a serigrafare presso il suo laboratorio, una serie ristretta di particolari delle grandi tele.
Sarà l’ultima fatica di Innocente Salvini.
Si spegne, infatti, il 23 gennaio 1979 a Cocquio Trevisago, nella stessa casa che lo ha visto nascere novant’anni prima, vivere e lavorare fino agli ultimi giorni.
Solo pochi giorni prima del decesso, cristianamente rassegnato, aveva confidato alla nipote Carla «Peccato, è bello vivere e dipingere. Ma tocca a me ormai; così è la vita».

Image